Vieni a scoprire i progetti artistici e a partecipare al workshop di danza con Barbora Dědičová e Maciej Jaszczyński!
Quest’anno la Bevilacqua La Masa ha selezionato - tra le oltre 60 candidature da tutta Europa - Barbora Dědičová (Repubblica Ceca) e Maciej Jaszczyński (Polonia) come artisti in residenza per 5 settimane per il progetto Creative Europe CreArt 3.0.
Gli artisti presenteranno i progetti sviluppati durante la residenza curata da Erica Villa, coinvolgendo i partecipanti in una installazione interattiva audio-visiva (Maciej) e un workshop di danza e movimento (Barbora).
CreArt 3.0 è un progetto finanziato nell’ambito del programma Europa Creativa grazie al quale 13 città europee sono coinvolte nello scambio di esperienze e buone pratiche per promuovere l'arte contemporanea in tutte le sue forme: visiva, performativa e musicale.
📆 sabato 17 ottobre 2026
⏰ 17:00 - 18:30
📍 Palazzetto Tito, Sestiere Dorsoduro, 2826, Venezia - Fondazione Bevilacqua La Masa
La prenotazione è gratuita e obbligatoria, i posti sono limitati per permettere una agevole esecuzione del workshop.
Barbora Dědičová
Originaria della Repubblica Ceca, ha conseguito una laurea magistrale in Servizi Sociali. Negli ultimi dieci anni ha maturato un’ampia esperienza nel lavoro con persone di provenienze diverse, con bisogni e disabilità di varia natura.
Parallelamente alla carriera professionale, ha continuato a sviluppare le proprie competenze nella danza acrobatica. Ha presto scoperto il potenziale dell’arte, del movimento e della musica nel nutrire corpo, mente e anima.
Barbora considera la danza e il movimento un linguaggio universale, capace di superare nazionalità, condizione sociale e disabilità. Vede inoltre nel movimento uno strumento potente per costruire legami umani e favorire un senso di appartenenza, con la possibilità di estendersi a pratiche di comunità.
Il suo approccio non si basa necessariamente su tecniche di danza codificate. Lavora invece con le capacità uniche, le forme espressive individuali e il potenziale creativo di ciascuna persona o gruppo, creando uno spazio per un movimento autentico, per la relazione e per l’esperienza condivisa.
Choreography of belonging (PROIEZIONE VIDEO )
Quanto dobbiamo cambiare per adattarci? A uno spazio, agli altri? Cosa dobbiamo guadagnare, o al contrario sacrificare, per sentirci accettati? Ed è davvero necessario? Abbiamo davvero bisogno di modificare parti della nostra identità per rispondere meglio alle aspettative di chi ci circonda? E se presto scoprissimo che possiamo cambiare e migliorarci all’infinito, ma che ci sarà sempre qualcuno che non riusciremo ad accontentare, qualcuno le cui aspettative non soddisferemo mai? E se appartenere non significasse essere tutti uguali, ma piuttosto le relazioni tra mondi diversi e il dialogo che nasce tra loro?
Choreography of belonging è una coreografia alla ricerca di un luogo sicuro al quale poter appartenere senza dover rinunciare alla propria unicità. E quel luogo sicuro si rivela essere una maschera veneziana.
Dance and movement workshop
Mask on us and sense of belonging (WORKSHOP PER MAX 20 PERSONE)
Barbora Dědičová guiderà i partecipanti (su base volontaria e in base al numero) in un workshop immersivo esperienziale.
❗ non è necessaria alcuna esperienza di danza o teatro
❗ l’artista parla inglese (ma sarà eventualmente disponibile una traduzione simultanea)
Maciej Jaszczyński
Regista teatrale e drammaturgo polacco con una formazione in teatro, cinema e studi interdisciplinari. Si è diplomato presso l’Accademia Nazionale di Arte Drammatica Aleksander Zelwerowicz di Varsavia, la Ravensbourne University di Londra e l’Università di Varsavia. Ha esordito professionalmente alla regia con Jubilee, tratto dal film di Derek Jarman, al Teatro Drammatico di Varsavia. Il suo lavoro artistico è stato presentato in festival teatrali internazionali in tutta Europa e tra le sue produzioni recenti figura Romeo e Giulietta al Teatro Stefan Jaracz di Olsztyn. Attualmente è artista in residenza presso la Fondazione Bevilacqua La Masa a Venezia.
Tutto scorre...anche il tempo a cui, per fortuna, non tornerò
[installazione interattiva]
Non riuscivo a catturare la bellezza di Venezia. Ogni nuovo tentativo di registrarne l’immagine mi sembrava la ripetizione di qualcosa che esisteva già.
Questa installazione è un tentativo di preservare ciò che sfugge alla registrazione. Anziché documentare Venezia, ne scompone l’immagine in frammenti, astrazioni, immagini residue e distorsioni. Il glitch diventa non tanto un errore tecnologico quanto la traccia dell’impotenza della tecnologia di fronte alla realtà. La bellezza non viene riprodotta, ma trasformata attraverso le emozioni.
Ogni tasto del pianoforte digitale attiva un’immagine diversa e un suono d’acqua, il suono che mi ha guidato attraverso la città. Insieme, questi frammenti compongono una raccolta di osservazioni personale e dispersa. Il pubblico è invitato a suonare uno strumento che, invece di melodie, dà vita a frammenti della memoria di qualcun altro. Può combinare immagini e suoni, ripeterli, soffermarsi su frammenti scelti e comporre un’esperienza propria.
L’acqua diventa al tempo stesso materia sonora e veicolo di emozione. La sua presenza mi ha accompagnato per tutto il mio soggiorno a Venezia. I suoi suoni mi davano sollievo e quiete, ma aprivano anche uno spazio all’incertezza, alla solitudine, agli interrogativi sul futuro. Il ritmo ricorrente dell’acqua è diventato la colonna sonora interiore di quel periodo.
Il punto di partenza di quest’opera è stato un bisogno personale di fuga. Venire a Venezia, inizialmente immaginato come la possibilità di un altro luogo e di un’altra vita, è diventato un’esperienza vissuta. Ciò che esisteva solo come possibilità è accaduto davvero. L’installazione è quindi anche un tentativo di cogliere il momento in cui una fuga immaginata diventa realtà, e la realtà comincia a trasformarsi in ricordo.
Sebbene l’opera non si basi su una narrazione autobiografica diretta e appaia astratta, è in realtà profondamente intima. Ogni suono e ogni immagine corrisponde a un’esperienza precisa, a uno sguardo, a un attimo di quiete. Eppure questa memoria non è ordinata né raccontata in ordine cronologico. È una memoria spezzata in frammenti, aperta alla ripetizione, alle connessioni casuali e alle distorsioni.





